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CATTURATO BARBA MARCO PER L’OMICIDIO DI LAGRAIDI KHALID.

CATTURATO BARBA MARCO PER L’OMICIDIO DI LAGRAIDI KHALID.

reparto operativo CARABINIERI

I militari dell’Aliquota Operativa della Compagnia Carabinieri di Gallipoli hanno eseguito un’Ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti del pluripregiudicato BARBA Marco cl.’73, attualmente recluso presso la Casa Circondariale di Bari, già catturato dagli stessi lo scorso 3 Dicembre con le accuse di tentata estorsione, porto e detenzione di armi comuni da sparo e stalking. L’indagato è ritenuto adesso responsabile dell’omicidio avvenuto il 23.06.2016 in Gallipoli, alla contrada Madonna del Carmine, in pregiudizio di un cittadino di nazionalità marocchina, LAGRAIDI Khalid, la cui scomparsa venne denunciata dai parenti proprio pochi giorni dopo. BARBA Marco alias “Tannatu”, ovvero “Dannato”, ritenuto elemento affiliato alla Sacra Corona Unita, nella sua articolazione territoriale denominata “Clan Padovano”, operante in Gallipoli e comuni limitrofi, ha già scontato una pena di 23 anni di reclusione per un altro omicidio commesso quand’era ancora minorenne, intraprendendo successivamente una collaborazione con la giustizia interrotta poco tempo dopo.

Le indagini dei Carabinieri sono scattate a seguito delle dichiarazioni auto ed etero accusatorie rilasciate dalla figlia nella notte del 31 Gennaio scorso, presso la nuova Caserma di Gallipoli, pochi giorni prima occupata. La ragazza ha infatti rivelato ai militari i particolari inquietanti e cruenti relativi dapprima all’adescamento del giovane marocchino, per giungere poi alla sua uccisione ed occultamento all’interno di un bidone di latta, nelle campagne gallipoline. Secondo le propalazioni della giovane testimone oculare dei fatti, quella sera d’estate lei ed il padre sarebbero andati a prendere il LAGRAIDI a Lecce, per portarlo presso quella contrada Madonna del Carmine. La figlia avrebbe visto in un primo momento i due uomini allontanarsi, per apprendere successivamente dal padre dell’avvenuta esecuzione. Il coinvolgimento della donna sarebbe invece consistito nel concorso col padre nella soppressione del cadavere, per averlo riposto all’interno di un bidone di latta di colore verde, nascosto poi tra le sterpaglie, e per averlo cosparso con dell’acido prelevato da circa un centinaio di bottiglie all’uopo acquistate e predisposte. I Carabinieri, accompagnati dalla donna sul posto, hanno effettivamente rinvenuto il bidone di colore verde poco prima descritto. Immediato l’intervento degli uomini della Sezione Investigazioni Scientifiche del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Lecce. Una volta aperto il bidone, il cadavere è stato effettivamente portato alla luce.

A quel punto è iniziata la seconda fase delle investigazioni contrassegnata non solo dall’acquisizione di ulteriori fonti dichiarative tali da rendere ancor più solido il castello accusatorio, ma soprattutto dall’ausilio del dato tecnico: nella fattispecie i tabulati telefonici e le intercettazioni di natura ambientale. In primo luogo i tabulati dell’utenza cellulare in uso al BARBA Marco hanno acclarato l’esistenza di contatti telefonici avvenuti tra quest’ultimo ed il cellulare della vittima anche il giorno della sua scomparsa. Inoltre l’attenta analisi dei tabulati ha dimostrato inconfutabilmente la trasmigrazione delle celle agganciate dall’utenza del Tannatu da Gallipoli verso Lecce e viceversa, proprio come il tragitto effettuato dall’indagato per andare a prendere la futura vittima per poi riportarla nella Città Bella, così come riferito dalla figlia ai Carabinieri. La captazione occulta dei colloqui carcerari ha invece consentito di cristallizzare la premeditazione dell’azione delittuosa, ovvero la predisposizione anticipata del bidone di colore verde e delle cento bottiglie di acido per la saponificazione del cadavere, nonché il movente, dovuto verosimilmente ad

una partita di droga non pagata dalla vittima. Dall’ascolto delle conversazioni, ancora, sono emersi preziosissimi particolari circa le modalità dell’omicidio che solo l’esecutore materiale poteva conoscere, ancor prima che venisse eseguito il relativo esame autoptico: il LAGRAIDI venne infatti ucciso non per strangolamento, come BARBA Marco ebbe a riferire alla figlia la notte del 23 Giugno, ma per numerose ferite lacere contuse al cranio provocate da un corpo contundente, elementi solo successivamente confermati dal medico legale.

Nell’incidente probatorio del 14 Marzo scorso, infine, la figlia ha confermato dinanzi l’autorità giudiziaria le dichiarazioni precedentemente rilasciate ai Carabinieri la notte del rinvenimento del cadavere, riconoscendo sia il bidone, sia il LAGRAIDI quale vittima. Una tale alchimia di elementi indizianti, contraddistinti da gravità, precisione e concordanza, hanno permesso al Gip di condividere le risultanze investigative coordinate dal competente Ufficio di Procura, fino all’emissione della presente Ordinanza di Custodia Cautelare. BARBA Marco dovrà quindi rispondere di omicidio aggravato dalla premeditazione e dai motivi abietti e futili, nonché per distruzione e soppressione di cadavere.

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