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FOLKLORE E TRADIZIONI A TARANTO E PROVINCIA

FOLKLORE E TRADIZIONI A TARANTO E PROVINCIA

MEMORIA DI SAN TOMMASO D’AQUINO DOMENICANO 

MARTINA FRANCA (Taranto) 28 gennaio 2020

Nella bella e solenne chiesa rococò di San Domenico, pudicamente nascosta fra i vicoli di Martina antica come una fanciulla riservata ed affidata alle amorevoli cure di don Piero Lodeserto e del suo staff, sul primo altare sinistro vi è una tela 700esca raffigurante San Pietro Martire e San Tommaso d’Aquino domenicani. Il secondo è di eccezionale importanza per i monaci bianconeri che abitarono qui per secoli, prima che nell’800 Napoleone e poi i Savoia spazzassero via tutto.

Il Medioevo, le moderne cattedre del liceo di filosofia e i giovani che oggi sono in preda a dubbi esistenziali non sarebbero gli stessi senza Tommaso; senza di Lui rimarremmo tutti con ancora meno risposte ai nostri quesiti di ogni giorno. Questo giovane nobile ciccione e taciturno (viene chiamato per questo “il bue muto”; in realtà ruminava i suoi 40 volumi di teologia che avrebbe scritto di lì a poco), nato in un castello dell’Italia centrale popolato da prìncipi e belle donne, comincia presto ad avere dei dubbi su di Sè e sul mondo che Lo circonda. “Chi è Dio? Dio esiste? Chi ha creato il mondo? La religione ha senso?”. I dolci paesaggi che Egli contempla dalle finestre di casa sua, il castello di Roccasecca dei prìncipi d’Aquino, non bastano a darGli una risposta, e neanche ciò che Egli studia nella vicina e celebre abbazia di Montecassino. La mamma napoletana allora che fa? Lo manda a Napoli a studiare ciò che Gli piace, ovvero teologia, con la speranza che Tommaso trovi una risposta ai Suoi dubbi che Lo fanno restare spesso assorto e silenzioso (“il bue muto” di cui prima). A Napoli l’Aquinate ha una folgorazione: entrando in contatto con i domenicani, scopre gli scritti del greco Aristotele, ed oplà!, i Suoi dubbi su Dio ed il mondo sono risolti. Da quel Suo viaggio a Napoli in poi, ospite del magnifico monastero angioino di San Domenico Maggiore in pieno centro, Tommaso diventa una bomba: gira l’Europa, viene addirittura scelto come professore all’Università di Parigi, è pappa e ciccia col papa, per amore dello studio rifiuta persino le cariche di abate di Montecassino ed arcivescovo di Napoli. Il “bue muto” ora è inarrestabile: Napoli Gli ha fatto bene (sicuramente avranno contribuito alla Sua Scienza e alla Sua panza i gustosi piatti della cucina partenopea) e poi, si sa, noi napoletani siamo filosofici ed ispiratori (non per niente secoli dopo qui fioriranno Giambattista Vico e Benedetto Croce). Tommaso consuma litri di inchiostro e chili di pergamene e stende la Sua “Summa”, il capolavoro della teologia medievale, in cui per esempio afferma che già il chiedersi per l’uomo dell’esistenza di Dio è una prova della Sua esistenza.

Poi… finisce tutto. Il giorno di San Nicola del 1273 Tommaso, reduce dai Suoi lunghi viaggi per l’Europa, è come al solito raccolto in preghiera davanti ad una tavola bizantina raffigurante il Crocifisso nella Sua amata San Domenico Maggiore a Napoli…. quando, ecco: il Cristo dipinto ad un tratto miracolosamente muove le labbra, Lo guarda negli occhi e Gli dice in latino, la lingua liturgica per eccellenza: “Bene scripsisti de me, Thoma; quam ergo mercedem recipies? (hai scritto belle cose su di Me, o Tommaso; quindi, che ricompensa vuoi?)”. L’Aquinate, in quel momento, rimane comprensibilmente scioccato, ma si fa coraggio e risponde altrettanto latinamente: “Non aliam nisi Te (nient’altro che Te)”. Con questa visione il Re dei Re, che già per natura, essendo figlio di Dio, è parecchio sarcastico e misticamente pungente (prova ne sia ciò che dicono gli Evangeli, che Lo dipingono come sbeffeggiatore dei farisei e di Ponzio Pilato) sembra volerGli dire: “E’ inutile che Tu, Tommaso, scriva tanto su di Me; non capirai mai il mistero di Dio!”. Tommaso, da quel giorno, ha una crisi: butta via la penna, dice a tutti: “Quello che ho scritto è solo paglia: l’unica verità è Dio”, se ne va in depressione e vuole morire. Eccolo accontentato: dopo aver sbattuto la testa durante un viaggio a cavallo, due mesi dopo il celeste colloquio si ammala e muore a soli 49 anni. Lascia i Suoi libri, che diverranno il pilastro della moderna filosofia occidentale e chiariranno fino ad oggi i dubbi esistenziali di monaci e studenti, dubbi su cui per tutta la vita Tommaso Si era mangiato la testa. Se andate a San Domenico Maggiore che sta lì a Spaccanapoli fra sublimi odori di frittura da strada e saltimbanchi che suonano tammurriate fra sfreccianti motorini, ancora oggi, nella cappella del Crocifisso, sull’altare è venerato il quadro che parlò a San Tommaso, attorniato dalle tombe dei parenti del Santo che da secoli dormono lì il sonno dei giusti. Il sottoscritto, che vanta lontane parentele coi d’Aquino (un ramo di questa famiglia nel Settecento era fiorente a Taranto, dove diede Tommaso Nicolò d’Aquino a cui è intitolata la maggior via della città), nel 2003 era uso nei suoi soggiorni nella città paterna raschiare via il muschio dai gradini di detta chiesa insieme agli ultimi domenicani ivi rimasti compagni di cenobio del Santo, che visse in questo monastero nel Duecento, scongiurando ogni tanto gli attacchi dei teppisti che s’intrufolavano nella chiesa napoletana per derubarla, andando a stanarli con i monaci da dentro ai confessionili. La basilica partenopea e la parrocchia martinese sono così unite da un filo rosso nel nome dei domenicani e di San Tommaso, qui venerato nell’altare laterale.

(a cura del N. H. don Damiano Nicolella De Vicarijs dei marchesi di Santa Lucia del Cilento, Patrizio Napoletano)

Web: www.itriabarocco.net/web/gu…

Martina Franca (Taranto) – Chiesa di San Domenico in via Principe Umberto (centro storico) – 08.00-12.00 e 17.00-21.00 (orari apertura chiesa) – ingresso libero – Info. 0804801904 (parrocchia) – 3287024035 (don Damiano Nicolella De Vicaris) 

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