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Tajani: “Board of Peace? Non possiamo star fuori da ricostruzione Gaza”
“Non possiamo restare fuori dalla ricostruzione di Gaza, anche questa è una chiave di lettura a proposito della nostra presenza da osservatori nel Board. E poi è giusto esserci perché è un’ulteriore conferma dell’impegno del governo per stabilizzare il Medio Oriente”. Così, parlando con il ‘Corriere della Sera’, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, in merito alla decisione di Roma di far parte come osservatore dell’organismo lanciato dal presidente Usa Donald Trump. Il leader di Forza Italia si è detto inoltre disponibile ad andare alla Casa Bianca, ma “con la premier non abbiamo ancora deciso, dipende dal livello degli altri partner europei che saranno presenti al summit”.
IL PUNTO – Trump lancia il suo “Board of Peace”: 5 miliardi per Gaza e il nodo degli osservatori
Dal suo resort di Mar-a-Lago, dove trascorre il weekend festivo, Donald Trump prepara la prima riunione del Board of Peace, prevista per il 19 febbraio all’Institute of Peace di Washington, organismo già ribattezzato con il suo nome. Il Presidente ha annunciato i primi risultati di quello che, a suo dire, «si rivelerà l’organismo internazionale più influente della storia». Attraverso un post su Truth, Trump ha spiegato che gli Stati membri hanno già impegnato oltre 5 miliardi di dollari per gli sforzi umanitari e la ricostruzione di Gaza, oltre a migliaia di unità destinate alla forza internazionale di stabilizzazione e alla polizia locale per mantenere la sicurezza.
Trump ha ricordato le tappe che hanno portato alla nascita del Consiglio, definendolo un organismo dal «potere illimitato». «Lo scorso ottobre — ha scritto — ho pubblicato un piano per la fine definitiva del conflitto a Gaza e la nostra visione è stata adottata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Il Presidente ha poi rivendicato il merito di aver facilitato l’invio di aiuti a velocità record e di aver ottenuto il rilascio di tutti gli ostaggi. Infine, ha ricordato l’incontro di Davos dello scorso mese con i venti membri fondatori per presentare una visione che punta alla «pace nel mondo».
Ad oggi, circa trenta Paesi hanno aderito formalmente, inclusi diversi leader sovranisti e autocrati: dall’Arabia Saudita di Mohammad bin Salman alla Turchia di Erdogan, fino all’Argentina di Milei e all’Ungheria di Viktor Orbán (unico Paese UE insieme alla Bulgaria). Tuttavia, l’elenco dei presenti alla riunione di giovedì 19 febbraio è ancora in via di definizione. Oltre a Orbán, ha confermato il premier albanese Edi Rama, mentre sarà assente Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano, irritato dalla presenza di alcuni storici nemici di Israele, ha aderito al Consiglio solo in extremis e invierà il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar.
L’Italia, che ha rifiutato l’invito a far parte del Board citando «insormontabili limiti costituzionali», parteciperà comunque alla riunione di Washington come “Paese osservatore”. Si tratta di un escamotage diplomatico — non previsto dallo statuto — adottato anche dalla Romania e da Cipro per superare ostacoli formali o imbarazzi politici. Anche la Commissione Europea sarà presente «in tono minore» con la Commissaria al Mediterraneo Dubravka Šuica; fonti di Bruxelles chiariscono che l’intenzione è partecipare alla discussione sulla ricostruzione di Gaza, senza però fornire un sostegno politico esplicito al Board.
Il Board of Peace continua infatti a ricevere critiche per la sua struttura, definita da molti una «mini-ONU personale» di Trump. Il Tycoon presiede l’organismo con un mandato senza scadenza e i seggi permanenti sono riservati a chi versa immediatamente un miliardo di dollari (promessi finora solo da USA ed Emirati). Nel comitato esecutivo siedono figure fedelissime a Trump come Jared Kushner e Marco Rubio. L’Alta Rappresentante UE, Kaja Kallas, ha sollevato dubbi sulla legittimità dello statuto, sottolineando come non rifletta la risoluzione ONU originale, che avrebbe dovuto limitare il mandato al 2027 e alla sola area di Gaza.