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“Il diario del Ben Essere” a cura di Giovanna Maletesta

“Il diario del Ben Essere” a cura di Giovanna Maletesta

Il fiume e il monumento: scoprire la libertà nel Non-Sé

L’illusione dell’identità statica

Benvenuti a un nuovo appuntamento de Il Diario del Ben Essere.

Iniziamo oggi un viaggio affascinante che durerà tre settimane, dedicato a uno dei concetti più rivoluzionari e talvolta scomodi della filosofia buddhista: l’Anattā, ovvero l’assenza di un “sé” permanente.

Ho deciso di parlarvi di questo argomento non per fare accademia, ma perché credo che nel cuore di questa “assenza” si nasconda la chiave per un benessere autentico e leggero.

Vi è mai capitato di guardare una vostra vecchia foto e sentirvi quasi degli estranei rispetto a quella persona? O di chiedervi perché, nonostante i nostri sforzi per mantenere tutto sotto controllo, i nostri pensieri e le nostre emozioni sembrino avere una vita propria?

Nelle prossime tre settimane esploreremo insieme come “mollare la presa” su quell’idea rigida di noi stessi che ci fa soffrire:

Oggi: definiremo le basi del “non-sé” e la danza dei Cinque Aggregati.

Martedì prossimo: Vedremo come l’Anattā si distingue radicalmente dal concetto occidentale di anima e perché questa differenza è vitale.

L’ultimo martedì: Tradurremo la teoria in pratica, scoprendo come la meditazione ci aiuti a percepire questo flusso e a vivere con meno attaccamento.

Non si tratta di svanire nel nulla, ma di smettere di lottare contro la corrente per iniziare, finalmente, a nuotare.

Oltre l’immagine: siamo processi, non oggetti

Viviamo in un’epoca che ci spinge a costruire, difendere e vendere costantemente un’immagine di noi stessi solida e vincente, ma questa identificazione totale con un “io” statico è spesso la fonte primaria della nostra ansia. Abbiamo paura di cambiare, di invecchiare e che il giudizio altrui possa intaccare chi siamo, dimenticando che non siamo un monumento di pietra, ma un fiume in piena: un processo dinamico composto da corpo, sensazioni e pensieri che fluiscono senza sosta. Comprendere l’Anattā significa scoprire che la libertà non risiede nel proteggere un’identità fissa, ma nel riconoscersi come un flusso.

Smontare il conflitto: dalla scacchiera alla danza

Questa visione trasforma radicalmente anche il modo in cui viviamo le relazioni difficili. Portare l’Anattā nel conflitto è come passare dal giocare una partita a scacchi, dove ogni mossa è un attacco o una difesa, al guardare una danza. Quando smettiamo di vedere noi stessi e l’altro come blocchi di granito contrapposti, la tensione perde la sua presa. Nelle dinamiche più dure, l’ego tende a irrigidirsi creando immagini solide dell’altro e di noi stessi; invece di restare prigionieri di questa polarizzazione tra vittime e carnefici, possiamo imparare a smontare l’idea del “colpevole” attraverso una visione sistemica.

Il fiore di Thich Nhat Hanh e l’arte di non possedere

Proprio come il fiore descritto da Thich Nhat Hanh, il comportamento della persona che abbiamo di fronte non nasce dal nulla, ma è composto da elementi che non sono “lui”, come la sua educazione, le sue paure o lo stress lavorativo. L’altro non è un nemico, ma un nodo di cause ed effetti esattamente come noi. Allo stesso modo, possiamo disinnescare il gancio del possesso osservando come il dolore relazionale scaturisca spesso dal senso di proprietà verso le proprie aspettative. Quando sorge un’emozione forte, è possibile osservarla nel corpo senza darle un proprietario: non è la “mia” rabbia, ma rabbia che sorge. Se accettiamo di essere un processo in divenire, un’offesa diventa come un sasso lanciato nel cielo: cade a terra senza fare danni perché non ha trovato un bersaglio solido da colpire.

FINE prima parte

 

Scrivimi a benessere365gm@gmail.com.

luciani.2006@libero.it

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