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LA CITTÀ PUBBLICA (VIRTUALE?)

LA CITTÀ PUBBLICA (VIRTUALE?)

In queste settimane in cui quasi tutti trascorriamo l’intera giornata nei nostri spazi privati emergono con enorme forza e chiarezza alcuni elementi spaziali fondamentali, utili a dimostrare come organizzazione e governo spaziale del territorio siano una delle principali forme di istituzione delle disuguaglianze (e distanze) sociali tra cittadini nelle società liberiste.

Le disparità legate alla proprietà privata e all’accesso alla casa.

Una delle contraddizioni, che chi ha gli occhi per vedere, si è trovato davanti con enorme violenza in questi giorni è quella legata al fatto che alcuni cittadini non possiedono uno spazio privato dove “rifugiarsi” per scappare al virus e per rispettare le norme imposte dai decreti sull’ “isolamento sociale”. Cittadini in condizioni di povertà assoluta tanto da non avere proprio un domicilio o di averlo non sicuro e continuativo. Un gruppo di persone che sono sovrapponibili non solo agli homeless propriamente detti, ma anche a chi per diversi motivi attraversa fasi complesse della sua vita. Si pensi agli sfollati post terremoto, o agli sfrattati anche per motivi temporanei o a chi per esperienze migratorie si trova a vivere in abitazioni sovraffollate in condizioni di ospite, o, in ultimo, a chi si trova fuori dalla propria abitazione perché separato e non in grado economicamente di pagare un secondo canone di affitto. Insomma il ventaglio delle fattispecie di povertà economiche e sociali che hanno come prime ripercussioni l’accesso alla casa è noto non solo ai servizi sociali locali.

È semplice constatare come le misure restrittive in questi casi siano anche solo difficilmente applicabili e prive di senso, perché in molti spazi pubblici questi cittadini trovano riparo, trascorrono la loro quotidianità, suppliscono in maniera improvvisata ed artigianale alle loro esigenze intime. E tuttavia vengono comunque imposte: vietare a questi cittadini la fruizione degli spazi pubblici significa imporre restrizioni che assomigliano molto a violenze di classe.

Questa è la punta dell’iceberg che illustra chiaramente come la possibilità di vivere e abitare spazi privati differenti crei disuguaglianza sociale spesso incolmabile. Questo accadeva già, anche nel mondo di prima, solo che si vede oggi con maggior chiarezza. E quello che si dovrebbe vedere (e che si vuole sottolineare) è che la città pubblica, con suoi spazi, le sue infrastrutture, i suoi servizi è l’unico presidio contro tale disuguaglianza. È il baluardo di una società coesa e solidale. Applicare forme di limitazione della libertà di spostamento per lungo tempo  e cioè obbligare i cittadini a trascorrere l’intera giornata in spazi privati e vietare contestualmente la pratica e la fruizione di spazi pubblici aperti (parchi, piazze, spiagge) e chiusi (biblioteche, scuole, università, musei, centri aggregativi) è un’operazione evidentemente diseguale se rivolta indistintamente nei confronti di tutti e indipendentemente dalla capacità individuale di ognuno di sopperire alle proprie esigenze “spaziali”. Ci sono abitazioni (al di là se di proprietà o meno, tema anch’esso delicato) molto piccole e sovraffollate e abitazioni grandi e sottoutilizzate; ci sono abitazioni senza pertinenze scoperte e abitazioni con un’enormità di spazio scoperto verde o non verde; ci sono abitazioni luminose e abitazioni poco luminose; abitazioni umide e abitazioni meno umide; abitazioni confortevoli e tecnologiche e abitazioni non confortevoli e prive di strutture di tecnologia domotica. Insomma anche qui le diverse prestazioni architettoniche delle abitazioni sono note non solo ai tecnici architetti e urbanisti. Disuguaglianze che venivano almeno in minima parte attenuate dalla possibilità di utilizzare come sfogo o riparo o evasione lo spazio pubblico (specie quello di prossimità urbana) quando conservava le sue fondamentali caratteristiche di essere libero e accessibile.

Era ed è davvero impossibile immaginare di permettere ad alcuni cittadini i cui spazi privati non soddisfano uno standard minimo di prestazioni qualitative, di utilizzare, anche solo per periodi limitati, gli spazi pubblici delle città per motivi ricreativi? O semplicemente è una domanda che non siamo abituati a porci perché non abbiamo consapevolezza politica del ruolo della città pubblica? E quindi ci è sembrato così banalmente sacrificabile tale diritto davanti al diritto di tutti alla salute (sacrosanto anch’esso)? Non c’è una connessione evidente e diretta tra le forme di salute psichica e anche fisica di alcune categorie e la possibilità di utilizzare lo spazio pubblico?

È forse anche un problema anche di dotazione degli spazi pubblici della città? Forse è stato necessario chiudere i parchi, perché sono troppo pochi e troppo piccoli? Forse nell’immaginario collettivo delle classi dominanti gli spazi pubblici sono un pericolo al di là della strana contingenza attuale, ed è per questo che se ne realizzano così pochi? Forse gli spazi pubblici della città contemporanea sono divenuti ormai spazi insicuri (nella percezione comune almeno) e dunque difficili da essere governati perché presi di mira proprio dai cittadini più bisognosi? Sono stati sostituiti da una serie infinita di spazi privati ad uso pubblico, fruibili evidentemente in maniera non gratuità? O nelle più rosee delle accezioni sono ormai spazi-vetrina buoni solo per il turismo e la riproposizione di eventi culturali di massa?  Forse tale idea dello spazio pubblica ha influenzato (e influenza) ancora molto l’approccio (che sembra stare alla base dei decreti anti covid 19) per cui esso sia occasione di insicurezza sanitaria e non potenziale alleato urbano per permettere a tutti di rispettare uno stile di vita “limitato” nelle pratiche d’uso quotidiane? Anche a chi ha pochissimi metri quadri di superficie vitale, e qualità abitative scadenti? Siamo sicuri che non esiste un modo per vivere e praticare lo spazio pubblico senza creare le condizioni di contagi di massa?

È il diritto alla città pubblica un diritto minore rispetto agli altri?

Ed inoltre possiamo rassegnarci all’idea che lo spazio di relazione sia diventato solo uno spazio virtuale, tecnologicamente mediato? Può oggi la rete internet sopperire alle esigenze relazionali e alla produzione di nuovi spazi della discussione e del confronto democratico tra istanze differenti, o anche solo a momenti ricreativi e addirittura alle forme individuali e comunitarie di crescita intellettuale?

La scuola, le università, i lavori creativi, l’erogazione di servizi intellettuali legati alla cultura e alla tecnica, sembrano dai primi approcci dimostrare che il web non può ad oggi assumere tale ruolo. E questo per diverse motivazioni: – la conclamata situazione diffusa ovunque di esclusione digitale di parte della popolazione legata soprattutto (ma non solo) al reddito e all’età;  – la reale dotazione tecnologica dei centri produttori di cultura, la scuola pubblica e gli enti locali per primi (entrambi presidi di democrazia e coesione sociale), che non hanno le infrastrutture tecnologiche e le competenze concrete al loro interno per assumere tale ruolo virtuale; – la automatizzazione delle forme relazioni e la snaturalizzazione delle intelligenze emotive, evidenti a chiunque abbia provato in questo ultimo mese a fare delle video-conferenze o lezioni o similari.

Insomma se è pur vero che esiste uno spazio pubblico di relazione virtuale rappresentato ormai non solo dal ghota dei social network, ma anche da canali relazioni costruiti ad hoc che seguono comunità di scopo o comunità di pratiche, e se è vero che tale condizione di emergenza relazionale sta spingendo molti cittadini a “tecnologizzarsi” (e questi sono entrambi aspetti molto positivi) è evidente come tale spazio non riesca nemmeno lontanamente a sopperire all’esigenza di spazio relazionale reale. Anzi è evidente come la fortuna delle relazioni virtuali che oggi riusciamo a mettere in piedi si basi su un pregresso immediato fatto di relazioni reali: l’esempio della didattica a distanza tra maestra e alunni che già si conoscono, o di una riunione tra colleghi abituati e strutturati per lavorare vicino che conservano mappe mentali ed elementi orientativi provenienti dal loro passato recente. Lo spazio pubblico di relazione virtuale sembra avere ottime prestazioni se immaginato come aggiuntivo e sinergico a quello reale, ma non come sostitutivo dello stesso. In ultimo sembra evidente proprio come lo spazio pubblico virtuale (anche esso oggi di non libero accesso perché a pagamento) sia una forma di discriminante che applica automaticamente forme di esclusione sociale e lavora proprio nella direzione della esclusione delle classi sociali più fragili per età, per provenienza culturale e soprattutto per reddito.

In pratica possiamo immaginare nuove fasi dell’emergenza covid-19 in cui la distanza fisica sia la prerogativa irrinunciabile e le relazioni virtuali le uniche consentite? O è essenziale recuperare per grappoli o per anelli forme di relazioni dirette e fisiche (seppur controllate) da integrare pian piano, proprio per recuperare uno spazio pubblico reale, e con esso le sue forme e metodi di democratizzazione dei diritti? È possibile immaginare architetture di relazioni reali che valorizzino le piccole comunità? È impossibile o anti-storico pensare a forme di comunità di prossimità che recuperino relazioni reali pian piano all’interno di confini controllati? Si può immaginare che il diritto alla città pubblica sia un diritto da agire solo in maniera virtuale sino alla fine dell’emergenza?

 

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