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L’ANGOLO DEDICATO AL LIBRO

L’ANGOLO DEDICATO AL LIBRO

LA GABBIA VUOTA di Elisabetta Maurutto

Sono davvero soddisfatta quando un autore riesce a sorprendermi, a propormi qualcosa di inatteso. Ed inatteso mi è giunto “La gabbia vuota”, un bel romanzo di Elisabetta Maurutto che è, se volessimo attaccar etichette, un romanzo giallo. Sì, perché la storia parte da un omicidio avvenuto a Firenze alcuni anni prima del piano narrativo e catalogato come crimine legato all’ambiente omosessuale, di cui l’unico testimone è Hercule, il grosso cane della vittima che entra a far parte della vita di Sofia, la nostra protagonista, alla quale la morte dell’amico Vittorio, stimato critico d’arte, strappò anche un pezzo di vita. Perché “anche”? Perché Sofia, pur avendo una memoria eccezionale, soffre di SDAM una sindrome che non le consente di ricordare i fatti legati all’esperienza ma solo quelli legati alle cose. Questo, in estrema sintesi, lo spunto da cui parte una narrazione intrisa di Arte (fiamminga, in particolare).

Al centro della storia l’amore incondizionato per l’Arte e la sua autenticità che si veste di mistero quando compaiono tele sconosciute di Avercamp e di Vermeer: da dove vengono? Sono vere? Sono state rubate o perse, come le illusioni quando passato e presente si confondono e giovinezza e morte sfidano il tempo?

Nel susseguirsi dei capitoli sfumano i confini tra passato e presente. Il mondo di Sofia finisce per rivelarsi una sorta di microcosmo da cui nessuno può uscire senza perdere o dare qualcosa.

Come abitualmente faccio, non voglio addentrarmi troppo nella trama perché è tutta da scoprire e non vorrei privare il lettore delle sorprese e delle emozioni che questo romanzo riserva. Mi vorrei piuttosto soffermare sulle indiscutibili doti di narratrice della Maurutto.

Il romanzo è narrato con un linguaggio preciso, scandito dalla tensione e intervallato da pause di vita quotidiana, crea un tessuto narrativo che fa sentire il lettore perfettamente a proprio agio e può dedicarsi allo svolgimento della trama senza temere tranelli linguistici o inceppamenti nello scorrere delle immagini. Immagini appunto, non parole, perché la perfezione della narrazione è capace di scomparire e lasciare il posto a vere e proprie immagini che, come dipinti da interpretare, ciascuno plasma a modo proprio, ma che comunque assicurano una certa tridimensionalità al narrato.

Il piano narrativo è intersecato da più linee temporali – presente, passato prossimo e remoto (Olanda XII secolo e Berlino 1940) – condotte magistralmente senza creare garbugli o soluzioni abborracciate con facili espedienti. Tutt’altro, l’autrice costruisce il suo universo, fatto di persone, fatti e luoghi, e lo manovra perfettamente, sapiente regista di una storia che appare semplice ma si complica sempre di più con l’aggiunta di nuovi elementi, sino al momento in cui le fila vengono tirate nella soluzione finale, forse non del tutto inattesa ma ben costruita come nella migliore tradizione giallistica. Accanto alla vicenda e alla ragnatela predisposta da Elisabetta con la tessitura della trama, vi è la denuncia del pregiudizio dell’omofobia e di quello per cui una donna avvenente, avendo sbagliato strada, si ritrova a subire e a dover fuggire per condurre una vita normale ed irreprensibile, animata e riscaldata dall’amore a cui è costretta a rinunciare perché sbocciato su di un terreno inquinato dalle atrocità della Storia.

Se la struttura generale del romanzo è, come dicevo, quella di un giallo, quindi dalle tinte abbastanza decise e marcate, dalla delicata penna di Elisabetta non possono non sbocciare fior di citazioni, che punteggiano con delicatezza le pagine, dimostrando conoscenza della letteratura e della filosofia, citazioni disposte in modo da far comprendere meglio certe situazioni e trasportarle per un attimo in un ambiente più poetico. Ma la narrazione di un giallo ha i suoi tempi e quindi il racconto immediatamente riprende col suo preciso ritmo. A sottolineare e descrivere meglio la non facile vita della protagonista, l’Autrice non fa mancare un sottile lavoro di cesellatura psicologica, preciso e ben definito, capace di dare una buona profondità ai personaggi ed al romanzo stesso.

Nella lettura sono rimasta colpita dalla capacità di Elisabetta di affrontare situazioni magari per qualcuno scabrose (vedi le perversioni naziste perpetrate nel bordello berlinese) con una grande delicatezza mista a determinazione, a non voler nascondere nulla, scevra dal dolciastro perbenismo che trasforma il non voluto dire in nauseante esibizionismo. In questo romanzo il passo è davvero misurato e ben calibrato, e conduce il lettore nei meandri di una storia complessa, narrata in modo molto bello, che denota una coraggiosa mancanza di pregiudizio e capace di ammonire chi invece si cela dietro un perbenismo di facciata ma che nasconde vizi e nefandezze ben peggiori di chi fa oggetto di giudizio e di scherno. In definitiva un giallo ben costruito, che non si ferma all’indagine ma si addentra nell’indagine psicologica ed esistenziale, scritto in modo esemplare ed elegante.

 

 

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