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L’ANGOLO DEDICATO AL LIBRO

L’ANGOLO DEDICATO AL LIBRO

Mosca più balena di Valeria Parrella  

“Mosca più Balena”, con il quale l’autrice ha vinto il Premio Campiello nel 2004. Sei racconti che descrivono una Napoli di periferia, vivace, frenetica, smaniosa. Storie che descrivono donne e uomini forti, eccezionali nella loro, a volte, banale quotidianità.

Non ci sono stereotipi in questi racconti, a tratti comici a tratti sensuali, affiora una Napoli colorata, intensa nel bene e nel male, una Napoli che ha speranza. Eccone un breve brano: «Quando avevo sei anni ci fu il terremoto. Ero figlia unica, scappai a piedi nudi sotto l’arco di una porta, tra i miei genitori.
“Questa è la trave portante”, disse mio padre con l’aria da architetto, “qui è tranquillo”.
Stavamo al buio, il giorno seguente scoprimmo che l’unica crepa veramente profonda della casa era in quella trave.

Tre mesi dopo, una famosa maga del quartiere indicò alla popolazione il giorno e l’ora della prossima scossa. La gente dormiva con la valigia sotto il letto, e sulla maga non c’era da sbagliarsi, così quando arrivò il giorno x tutti cominciarono a scendere in strada. Accesero i falò.

I miei genitori non si erano sposati in chiesa, quando ero nata avevano comprato il manuale del dottor Spock, e si sforzavano di descrivere tutti gli eventi della vita su assi cartesiani. Io avevo sentito della profezia a scuola e vedevo dal balcone i falò accesi.

“Mamma, perché non scappiamo?”

“Ma che scemenza: i maghi non esistono, la magia non esiste, nessuno può prevedere niente, perché quello che deve ancora succedere non si sa come succederà”.

Io vidi Katia scendere nel cortile.

“Mamma, Katia è scesa, c’ha anche la cartella”.

“Non le serve a niente quella cartella se i genitori le fanno credere in quello che non esiste: tutto ciò in cui possiamo credere è quello che si tocca e si vede”.

Io guardai la trave tagliata a metà dalla crepa e mi andai a preparare la cartella; contai le penne, i quaderni, ci infilai una mutandina con ricamato sopra Martedì, e presi il mio pupazzo più potente: quello che sconfiggeva il buio di notte, e Voltaire di giorno.

La signora Russo con un completino da rifugio antiaereo ci venne a bussare.

“Signò vi volete muovere?”

“Ma signora, per favore non diciamo sciocchezze, sedetevi che vi faccio un caffé”.

“Ma quale caffé? Voi dovete scappare!”

“Signora, ragioniamo: che probabilità c’è che venga una scossa mo’? Allora dovremmo stare sempre in mezzo alla strada?”

“Ma la maga ha detto mo’, tra mezz’ora”.

“E voi credete alla maga? Siete una donna così coraggiosa, faticate dalla mattina alla sera, e credete a questi buffoni che si vogliono fare i soldi con la vostra superstizione?”

“Signò, ma che c’azzecca?… vabbuò, fate come volete, ma almeno questa povera creatura me la dovete dare a me”.

Io seguivo la conversazione, quando disse povera creatura capii che parlava di me, e andai nella stanzetta a prendere la cartella. Mia madre vedendomi allontanare disse:

“Avete visto? l’avete fatta spaventare!”

Tornai nell’ingresso e tesi la mano verso la signora Russo.

Mia madre aveva la tristezza del fallimento negli occhi e l’attesa della rivincita nel cuore.»

 

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