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LE DONNE NELLA STORIA: ANNA MAGNANI

LE DONNE NELLA STORIA: ANNA MAGNANI

ANNA MAGNANI Roma 7 marzo 1908 – 26 settembre 1973

Una donna molto importante nel proprio campo è stata di sicuro Anna Magnani, nata il 7 marzo del 1908 a Roma  da padre ignoto, e dalla diciottenne Marina, piccola sartina originaria di Fano, che si trasferì presto in Egitto lasciando la bambina alla propria madre. Da qui la leggenda, forse costruita da qualche press agentry, che fosse venuta al mondo in quella lontana terra africana. Voce smentita con forza da lei dopo che divenne regina incontrastata del neorealismo italiano. Figlia di una ragazza madre, come si diceva allora, fu anche lei sola, a crescere il suo unico figlio, Luca, nato dall’amore con l’attore Massimo Serato.

Sono passati molti anni. Ma il tempo non esiste di fronte ad una personalità così straordinaria. Una donna e un’attrice piena di sfaccettature. Anna Magnani è ancora con noi e quando si vuole parlare di cinema, del grande cinema lei lo rappresenta sempre ed ad altissimi livelli.

La sua era una recitazione apparentemente naturale ma era frutto di studio, di moltissimo impegno, di tecnica. In breve parlando di lei si dice, ma lo si dice ancor di più oggi: un’attrice nata.

Talento naturale ma non improvvisato, Anna aveva frequentato il liceo, studiato otto anni il pianoforte al conservatorio di Santa Cecilia e due anni alla Scuola d’Arte Drammatica “Eleonora Duse”

Al saggio del secondo anno venne notata da Dario Niccodemi, l’autore italiano più rappresentato negli anni Venti, che le propose di entrare nella sua Compagnia per sei mesi alla paga giornaliera di 25 lire. Il repertorio era vario, composto da novità (fu il primo a rappresentare i Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello) e di esumazioni, molto presenti gli autori nazionali.

La fascinosa ed elegante Vera Vergani, primattrice e nome in ditta, prese sotto la sua ala la giovane Anna, gracile e impacciata ma dagli occhi espressivi.

Inizialmente fece esperienza in teatro con  Maya di Gantillon ma si cimentò anche, per la prima volta nel 1930, in una “fantasia musicale” molto vicina alla rivista con Triangoli di Dino Falconi e Oreste Biancoli.

Per la stagione 1931-32 nel ruolo di prima attrice giovane nella Almirante-Gandusio, Anna, nella rivista “satirico-sportiva” «Tifo!» al Politeama Chiarella di Torino il 18 maggio 1932, ottenne un successo strepitoso e tale da meritarsi la copertina de «Il Dramma» (07/1932), la rivista teatrale più letta all’epoca.

Nel marzo del 1935 Anna sposò Goffredo Alessandrini, elegante e famoso, nato al Cairo nel 1905 con studi a Cambridge e frequentazioni parigine. Nel 1936 il marito le concesse una piccola apparizione nel suo film Cavalleria, protagonisti Elsa Cegani e Amedeo Nazzari. Diretta da Anton Giulio Bragaglia, la Magnani interpretò il suo primo ruolo drammatico nella Foresta pietrificata di Robert Emmet Sherwwod andato in scena il 2 marzo 1938

La Magnani nel 1941 ebbe la fortunata occasione offertale da Vittorio De Sica, al suo terzo film, di interpretare la parte di una canzonettista in Teresa Venerdì, suo primo ruolo cinematografico di un certo spessore, che le guadagnò l’attenzione della critica cinematografica.

Con la stagione 1941-42 aveva avuto inizio la felice collaborazione tra la Magnani e Totò. Ai loro spettacoli, dichiarò Elsa De Giorgi in un’intervista a Giancarlo Governi, il pubblico delirava e tanto erano trainanti che avrebbero potuto creare un partito, accendere una sommossa. La loro coppia fu sciolta dalla nascita di Luca il 23 ottobre 1942.

Nel 1943 la Magnani girò a Roma ben cinque film variando dalla donna di vita alla maniaca d’opera lirica e alla celebre attrice di varietà. In nessuno fu protagonista. In due si trovò a far coppia con Aldo Fabrizi
Il 24 settembre 1945, venne proiettato per la prima volta Roma città aperta di Roberto Rossellini, ispirato alle storie vere di Teresa Gullace uccisa da soldati nazisti, e di don Luigi Morosini, torturato e ucciso dai nazisti perché in contatto con la Resistenza. Lei divenne l’icona del neorealismo.

Il film fu presentato fuori concorso nel 1946 al Festival di Cannes. La Magnani ebbe il Nastro d’argento come migliore attrice non protagonista. Era la prima volta che questo riconoscimento veniva attribuito

Dopo Roma città aperta la Magnani fu contesa dai registi cinematografici ma intanto andava in scena a teatro. Il 1947 la vide anche protagonista dell’Onorevole Angelina. Per la sua interpretazione ricevette al Festival di Venezia il Nastro d’Argento e la Coppa Volpi come migliore protagonista. Seguì l’anno dopo L’amore di Roberto Rossellini, composto da due episodi. Del primo, Una voce umana, da La voix humaine di Jean Cocteau, la sceneggiatura era dello stesso Rossellini e si trattava sostanzialmente di un lungo monologo al telefono. Il soggetto del secondo, Il miracolo, era di Federico Fellini. Il film nell’agosto venne presentato al Festival di Venezia. Inevitabile Nastro d’argento.

Nel 1950 la Magnani interpretò Vulcano con Rossano Brazzi, La Magnani s’impegnò quell’anno in Camicie rosse, regista il marito Alessandrini dal quale si separerà legalmente per poi divorziare, Nel 1951 fu diretta da Luchino Visconti in Bellissima. Il soggetto, di Cesare Zavattini, era stato praticamente pensato per lei. Sempre nel 1951 a New York venne presentato Bellissima con un’accoglienza eccezionale. Tennessee Williams era sempre più affascinato dall’attrice che gli aveva fatto sperare di interpretare al cinema la sua commedia La rosa tatuata. Nel 1955 uscì il film La rosa tatuata. Al film furono assegnati tre Oscar: miglior fotografia, miglior scenografia e miglior attrice protagonista (la prima italiana).

La Magnani si aggiudicò anche il Golden Globe e il premio BAFTA dell’Accademia Britannica del cinema quale migliore attrice straniera. L’anno seguente Los Angeles le dedicò la famosa stella di Hollywood con il suo nome e il Festival di Venezia un altro Nastro d’argento per il film di Mario Camerini, Suor Letizia.

Per descrivere il carattere forte e deciso di Anna Magnani mi piace citare quanto è successo tra lei e un “mostro” della cinematografia mondiale qual è stato Marlon Brando. Quando nel 1959 stava girando con Marlon Brando il film Pelle di serpente, raccontò che per tutta la durata della lavorazione erano stati in conflitto. Brando cercava di “impallarla”, controllava la lunghezza delle battute, la grandezza dei nomi in locandina. Una battaglia continua. Ma vinse lei e guadagnò la stima di Brando dopo una lite furiosa in cui spiegò all’attore che tutto quello che aveva, se lo era sudato e non intendeva perderlo per i suoi capricci: “Sapessi quante volte ho perso nella vita. Farebbe bene anche a te”

Nel solco della romanità la sua più bella, benché brevissima, apparizione sul grande schermo resta quella di Roma di Federico Fellini del 1972. Il grande regista aveva “rincorso” Anna Magnani per anni

Fu la sua ultima apparizione sul grande schermo, pochi secondi di pellicola in cui lei era ritratta melanconica per le strade della capitale notturna mentre rientra a casa. Parlava con il regista, di cui si ascolta solo la voce, si girava e lo guardava e, chiudendo il portone, esclama «Nun me fido».

Solo l’anno precedente, nel 1971, Anna Magnani aveva recitato sul piccolo schermo nei quattro film per la televisione per la regia di Alfredo Giannetti, donando al suo pubblico nuovi magnifici personaggi femminili.

Il 26 settembre 1973 Anna Magnani moriva nella clinica Mater Dei dove era stata operata per un tumore al pancreas. Aveva 65 anni.

Quando la Magnani si ammalò, Rossellini le stette vicino fino alla fine. E fece tumulare il corpo della grande attrice, nella sua tomba di famiglia al Verano. Un gesto intimo. D’amore.

Proprio quella sera, era programmato in televisione Correva l’anno di grazia 1870…, l’ultimo degli episodi del ciclo di Giannini. «Ho seguito la carriera d’attrice – aveva detto di sé – perché sentivo il bisogno d’essere amata, di ricevere tutto l’amore che avevo mendicato nella vita».

Tullio Kezich di lei scrisse che era una grande attrice trascurata o quantomeno sottoccupata. Era stata un prototipo inimitabile per qualità e difetti che grazie al suo talento partorivano un risultato irripetibile non solo perché era stata l’ultima gloriosa incarnazione di quel naturalismo interpretativo che per decenni era stata la forza del teatro italiano ma perché raccontava un’Italia che non esisteva più.

Ottavia Luciani

 

 

 

 

 

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