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LE DONNE NELLA STORIA: Filomena Pennacchio brigantessa scaltra e senza scrupoli

LE DONNE NELLA STORIA: Filomena Pennacchio brigantessa scaltra e senza scrupoli

Filomena Pennacchio, nata a San Sossio Baronia 6/11/1841 morta a Torino 17/02/1915, è stata una donna brigante fra le più note donne che aderirono al brigantaggio postunitario. Nacque a Sossio Baronia ma l’atto di nascita originale è custodito presso l’archivio del Comune di San Sossio.

Rivelatrice di contraddizioni è la vicenda di Filomena Pennacchio, una tra le più note “brigantesse”.

Figlia di Giuseppe, un macellaio, e di Vincenza Bucci, sin da piccola dovette lavorare come sguattera presso alcuni notabili del suo paese, per poter incrementare i miseri guadagni della sua famiglia. Si sposò in giovane età con un impiegato di cancelleria del tribunale di Foggia ma l’unione non fu delle più felici. Il marito è descritto come una persona gelosa che non esitava a maltrattarla. Un giorno, stanca dei continui soprusi, Filomena uccise suo marito conficcandogli in gola un lungo spillo d’argento. Per evitare la galera fuggì poi nel bosco di Lucera, dove incontrò Giuseppe Caruso, divenendone l’amante.

Ebbe in seguito una fugace relazione con Carmine Crocco, capo di tutte le bande del Vulture-Melfese

e ciò provocò che i rapporti tra Caruso e Crocco si incrinassero e, poi, col suo subalterno Giuseppe Schiavone col quale la relazione però fu più duratura.

La Pennacchio si distinse subito per le sue capacità: donna dal temperamento deciso, priva di scrupoli, prese parte a numerose scorribande e imboscate, quasi sempre accanto al suo compagno Schiavone. Era molto ammirata e rispettata dai suoi commilitoni, per il suo fascino e la sua freddezza.

All’età di circa 21 anni mise a segno il suo primo colpo, in un podere di contrada Migliano, vicino al comune di Trevico ai danni di una donna che non aveva consegnato a Schiavone denaro e oggetti d’oro che il brigante le aveva ordinato di consegnare. Come atto intimidatorio, la Pennacchio, in presenza della donna, tale Lucia Cataldi, sgozzò un bue di sua proprietà e se ne andò. Il 4 luglio 1863 in località Sferracavallo, sulla consolare che da Napoli conduce a Campobasso partecipò all’eccidio di dieci soldati italiani della 1ª Compagnia del 45º fanteria.

La Pennacchio fu tradita da una rivale in amore, tale Rosa Giuliani, che da Schiavone era stata abbandonata per Filomena. La Giuliani rivelò alle autorità il nascondiglio dove si trovavano gli uomini di Schiavone che furono catturati dalle truppe sabaude e portati a Melfi, mentre Filomena, in stato interessante, non era presente alla cattura del suo uomo perché si trovava a Melfi, ma nascosta in casa della levatrice Angela Battista Prato.

Prima di essere giustiziato, Schiavone chiese di poter vedere Filomena per l’ultima volta. La Pennacchio decise di incontrarlo, lui si inginocchiò e la baciò calorosamente per l’ultima volta, chiedendole perdono.

Sola, gravida e distrutta per la perdita del compagno, la brigantessa si arrese e collaborò con le autorità, contribuendo all’arresto di Agostino Sacchitiello e la sua banda, e delle brigantesse nonché sue amiche Giuseppina Vitale e Maria Giovanna Tito.

Condotta davanti al tribunale di guerra di Avellino, Filomena fu condannata a 20 anni di lavori forzati, che vennero poi ridotti a 9 ed infine a 7. Filomena dopo aver scontato la sua condanna, uscì di prigione e sposò nel 1883 un facoltoso uomo di Torino, Antonio Valperga, più giovane di lei.

Senza figli, prestò aiuto agli orfani, ai carcerati, ai poveri. Per queste opere meritevoli il parroco della parrocchia di Nostra Signora delle Grazie, nota come chiesa della Crocetta di Torino, fece sì che a Filomena Papa Benedetto XV impartisse la benedizione papale. Morì il 17 febbraio 1915.

 

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