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LE DONNE NELLA STORIA:  GIOVANNA D’ARCO

LE DONNE NELLA STORIA:  GIOVANNA D’ARCO

GIOVANNA D’ARCO

Quarta parte. Segue da venerdì 22 gennaio

Riportata in carcere, per oltre due giorni Giovanna non poté né mangiare né bere, purtuttavia si riprese dalle contusioni e dalle ferite.

L’Università di Parigi, che si riteneva depositaria della giurisprudenza civile ed ecclesiastica, filo inglese, ne aveva richiesto la consegna, in quanto la giovane sarebbe stata «sospettata fortemente di numerosi crimini in odore di eresia», finalmente l’ebbe in custodia: la prigioniera era rinchiusa nel castello di Rouen, in pratica in mano inglese. Qui la detenzione fu durissima. I piedi della prigioniera erano serrati in ceppi di ferro e le mani spesso legate; solo per partecipare alle udienze le venivano tolti i ceppi ai piedi.

Le difficoltà nell’istruire il processo non mancarono, inoltre, l’Inquisitore generale di Francia, Jean Graverent, si dichiarò non disponibile e il vicario dell’Inquisizione di Rouen, Jean Lemaistre, rifiutò di partecipare al processo per «la serenità della propria coscienza» ma poi fu costretto a piegarsi, fatto che avvenne il 22 febbraio, quando le udienze erano già iniziate; infine, tre delegati inviati a Domrémy, Vaucouleurs e Toul per trarre informazioni su Giovanna, non trovarono il minimo appiglio per formulare alcun capo d’accusa.

Per giudicare la Pulzella, i giudici, si dovevano quindi

basare solo dalle risposte date da Giovanna agli interrogatori che i giudici le avrebbero posto visto che mentre il processo iniziava contro di lei senza una chiara ed esplicita imputazione.

Il processo a Giovanna ebbe inizio formalmente il 3 gennaio 1431, con atto scritto; il 9 gennaio 1431 iniziò la procedura ridefinendo il processo stesso, iniziato in un primo tempo “per stregonerie”, in uno “per eresia”. Fu nominato procuratore, una sorta di pubblico accusatore, tale Jean d’Estivet, canonico di Beauveais. La prima udienza si tenne pubblicamente il 21 febbraio 1431 nella cappella del Castello di Rouen.

La carcerazione non aveva fiaccato lo spirito di Giovanna; sin dal principio delle udienze, richiesta di giurare su qualsiasi domanda, ella pretese – e ottenne – di limitare il proprio impegno a quanto concernesse la fede. Inoltre, alla domanda di Cauchon di recitare il Padre Nostro rispose che lo avrebbe certamente fatto ma solo in confessione, modo sottile per ricordargli la sua veste di ecclesiastico.

L’interrogatorio di Giovanna si svolse in maniera convulsa, sia perché l’imputata era interrotta continuamente, sia perché alcuni segretari inglesi ne trascrivevano le parole omettendo tutto ciò che fosse a lei favorevole.

Durante la seconda udienza, Giovanna fu interrogata per sommi capi su diversi aspetti della sua vita religiosa, sulle apparizioni, sulle “voci”, sugli accadimenti occorsi a Vaucouleurs, sull’assalto a Parigi in un giorno in cui cadeva una solennità religiosa; a questo la Pulzella rispose che l’assalto avvenne per iniziativa dei capitani di guerra, mentre le “voci” le avevano consigliato di non spingersi oltre Saint-Denis.

Quando le fu chiesto perché indossasse abiti maschili; alla risposta suggeritale da quegli stessi che la stavano interrogando (ossia se fosse stato un consiglio di Robert de Baudricourt, capitano di Vaucouleurs), Giovanna, intuendo la gravità di un’asserzione simile, rispose: «Non farò ricadere su altri una responsabilità così pesante!»

Nelle tre udienze pubbliche successive si accentuò il divario di prospettiva tra i giudici e Giovanna; mentre i primi si accanivano con sempre maggiore tenacia sul motivo per cui Giovanna portasse abiti maschili, la ragazza sembrava a suo agio parlando delle sue “voci”, che indicò provenire dall’arcangelo Michele, santa Caterina e santa Margherita, differenza evidente nella risposta data circa la luminosità della sala in cui aveva incontrato per la prima volta il Delfino: «cinquanta torce, senza contare la luce spirituale!» E ancora, nonostante la prigionia e la pressione del processo, la Pulzella non rinunciò a risposte ironiche; a un giudice che le aveva domandato se l’arcangelo Michele avesse i capelli, Giovanna rispose: «Per quale ragione avrebbero dovuto tagliarglieli?»

Ottavia Luciani

Fine Quarta parte – Continua venerdì 5 febbraio

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