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LE DONNE NELLA STORIA:  GIOVANNA D’ARCO

LE DONNE NELLA STORIA:  GIOVANNA D’ARCO

GIOVANNA D’ARCO

Sesta parte – Segue da venerdì 05 febbraio

L’abiura

Il 24 maggio 1431 Giovanna fu tradotta nel cimitero della chiesa di Saint-Ouen, dove erano già state preparate una piattaforma per lei, in modo che la popolazione potesse vederla e udirla distintamente, e tribune per i giudici e gli assessori. Più in basso, il carnefice attendeva sul suo carro. Presente Enrico Beaufort, vescovo di Winchester e cardinale e la ragazza fu ammonita dal teologo Guillame Erard che, dopo un lungo sermone, domandò a Giovanna ancora una volta di abiurare i crimini contenuti nei dodici articoli dell’accusa. Giovanna rispose: «Mi rimetto a Dio e al Nostro Santo Padre il Papa», risposta suggeritale da Jean de La Fontaine, che aveva ritenuto corretto informare l’imputata dei suoi diritti. C’erano anche i domenicani Isambart de la Pierre e Martin Ladvenu, esperti delle procedure inquisitoriali.

L’appello al Papa avrebbe dovuto interrompere la procedura e portare alla traduzione dell’imputata innanzi al Pontefice ma Erard liquidò la questione sostenendo che il Pontefice era troppo lontano, continuando ad ammonire Giovanna per tre volte. infine Cauchon prese la parola e iniziò a leggere la sentenza, quando fu interrotto da un grido di Giovanna: «Accetto tutto quello che i giudici e la Chiesa vorranno sentenziare!».

A Giovanna fu quindi consegnata una dichiarazione che la ragazza siglò con una croce. In realtà Giovanna, aveva imparato a firmare con il suo nome, “Jehanne”, così come appare nelle lettere che ci sono pervenute ed anzi la Pulzella aveva dichiarato durante il processo che era solita apporre una croce su una lettera inviata a un capitano di guerra quando voleva significare ch’egli non doveva fare ciò che ella gli aveva scritto; è probabile che tale segno avesse, nella mente di Giovanna, lo stesso significato, tanto più che la ragazza la tracciò accompagnandola con un riso enigmatico.

L’abiura che Giovanna aveva firmato non era più lunga di otto righe, nelle quali s’impegnava a non riprendere le armi, né portare abito d’uomo, né capelli corti, ma agli atti fu messo un documento di abiura di quarantaquattro righe in latino.

La sentenza e la condanna al rogo

La sentenza emessa fu comunque durissima: Giovanna era condannata alla carcerazione a vita nelle prigioni ecclesiastiche, a «pane di dolore» e «acqua di tristezza».

Unica nota a suo favore il fatto che la ragazza sarebbe stata sorvegliata da donne, non più costretta da ferri giorno e notte e libera dal tormento dei continui interrogatori.

Cauchon, tuttavia, ordinò di rinchiuderla nello stesso carcere destinato ai prigionieri di guerra che aveva lasciato la mattina. Questa violazione delle norme ecclesiastiche fu, con ogni probabilità, voluta dallo stesso Cauchon col preciso scopo di indurre Giovanna a indossare nuovamente l’abito da uomo per difendersi dai soprusi dei soldati.

Come sappiamo, infatti, solamente i relapsi, ossia coloro che, avendo già abiurato, ricadevano in errore, erano destinati al rogo.

Gli inglesi, tuttavia, persuasi che ormai Giovanna fosse sfuggita loro di mano, poco avvezzi alle procedure dell’Inquisizione, esplosero in un tumulto e in un lancio di sassi contro lo stesso Cauchon. Nuovamente in carcere, Giovanna divenne oggetto di una collera ancora maggiore da parte dei suoi carcerieri; il domenicano Martin Ladvenu riporta che Giovanna gli riferì di un tentativo di violentarla da parte di un inglese, che, non riuscendovi, la percosse con ferocia.

La mattina di domenica 27 maggio, un soldato inglese le sottrasse gli abiti da donna gettando nella sua cella quelli maschili; vane le proteste della Pulzella, non gliene furono concessi altri. A mezzogiorno, Giovanna fu costretta a cedere, divenendo così soggetta ad essere condannata al rogo.

Cauchon e il vice inquisitore Lemaistre, con ad alcuni assessori, si recarono il giorno seguente alla prigione: Giovanna affermò coraggiosamente di aver ripreso l’abito maschile di propria iniziativa, poiché si trovava tra uomini e non, come suo diritto, in una prigione ecclesiastica, sorvegliata da donne, e dove sentir messa.

Interrogata ancora, ribadì le sue teorie di credere di essere inviata da Dio, di non aver capito una sola parola dell’atto di abiura, e aggiunse: «Dio mi ha mandato a dire per bocca di santa Caterina e santa Margherita quale miserabile tradimento ho commesso accettando di ritrattare tutto per paura della morte; mi ha fatto capire che, volendo salvarmi, stavo per dannarmi l’anima!» e ancora: «Preferisco fare penitenza in una sola volta e morire piuttosto che sopportare più a lungo la sofferenza di questa prigione».

Il 29 maggio Cauchon riunì per l’ultima volta il tribunale per decidere la sorte di Giovanna. Su quarantadue assessori, trentanove dichiararono che fosse necessario leggerle nuovamente l’abiura formale e proporle la “Parola di Dio”.

Il loro potere, però, era solo consultivo: Cauchon e Jean Lemaistre condannarono Giovanna al rogo.

Ottavia Luciani

Fine Sesta parte – Continua venerdì 19 febbraio

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