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I RITI DELLA SETTIMANA SANTA A TARANTO

I RITI DELLA SETTIMANA SANTA A TARANTO

Seconda parte – segue da lunedì 10 aprile 2017

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Riprendiamo cercando, in sintesi, di spiegare il perché della parola “a nazzecate”. Nei tmapi andati la processione dell’Addolorata prevedeva la visita di sette chiese, che poi è il numero delle porte di Gerusalemme. Essendo molti i partecipanti e poco lo spazio per ospitarli, i fedeli erano costretti ad attendere il proprio turno all’esterno e per questo – per riscaldarsi e per riequilibrare il peso del corpo senza stancarsi molto – si lasciavano andare ad un movimento a dondolo definito “nazzicata” poi diventato il passo tipico dei “perdune”.

Altre curiosità sono: l’ultima coppia di fedeli che esce dalla chiesa è chiamata “u serra chiese” perché ha il compito di chiuderla; e poi ancora, talvolta, nel tragitto le coppie di confratelli si incrociano con altre e in questi casi, viene fatto “u salamelicche”, cioè una sorta di riverenza: i perdoni si tolgono il cappello e portano i rosari ed i medaglieri contro il petto.

Tutti i “perdune” devono rientrare al Carmine entro la mezzanotte del Giovedì quando, dalla Chiesa di San Domenico, parte la Processione della Madonna Addolorata che, a sua volta, si conclude solo il pomeriggio del Venerdì Santo per consentire l’inizio della Processione dei Misteri, che si dirama dalla Chiesa del Carmine per farvi nuovamente ritorno solo alle 7:00 del mattino del sabato. In quest’occasione ad essere portate in processione sono le statue rappresentanti la passione di Gesù. A guidare le due Processioni c’è sempre il “troccolante” che chiude poi i riti pasquali il sabato mattina. Giunto “nazzicando” alla soglia della Chiesa del Carmine batte tre colpi col suo bastone detto “bordone” su l’anta chiusa del portale d’ingresso, quindi entrato in chiesa viene incappucciato e poi gli viene messo il cappello.

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Questa tradizione ebbe inizio nel lontano 1703, quando Don Diego Calò ordinò a Napoli le statue del Cristo Morto e della Madonna Addolorata  collocate in una cappella gentilizia. Da allora e per tutti gli anni a seguire lui, e poi gli eredi , radunò le confraternite di Taranto per la processione del Venerdì Santo,con, all’epoca soltanto al Gesù Morto e all’Addolorata. Nei secoli successivi si sarebbero aggiunti alla processione altri simulacri, raffiguranti i momenti più significativi della Passione e Morte di Gesù.

Nel 1765, che Francesco Antonio Calò, discendente di Don Diego, ma anche sindaco di Taranto, diede una svolta al rito donando le statue che componevano la processione alla Chiesa del Carmine e conferendo ad essa il compito di perpetrare la tradizione.

Agli inizi del XVIII secolo (1701 -1800) l’abate Vincenzo Cosa aveva introdotto il culto della Madonna Addolorata nella chiesa di San Domenico. Culto che si affermò a tal punto che persino la statua del Santo fu rimossa dalla nicchia dell’altare per essere sostituita con quella della Madonna. Quando l’abate si ritirò a vita privata, pare che sia andato ad abitare nell’attuale Palazzo Galeota, e, non a caso, voci di popolo sostengono che il fantasma di un prete aleggi fra i corridoi di quel palazzo.

In questi giorni della Settimana Santa Taranto si prepara a rivivere ancora una volta le sue antiche tradizioni che da sempre fanno vivere ai tarantini ed ai turisti momenti di intensa suggestione.

 

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