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IL SALENTO DALL PREISTORIA ALLA MODERNITÀ

IL SALENTO DALL PREISTORIA ALLA MODERNITÀ

ANCHE IL SALENTO AVEVA LE NEVIERE

Il ricordo recente delle giornate di gennaio in cui abbiamo visto cadere sul Salento tantissima beve ha risvegliato un senso di curiosità verso un dato di vita sociale dei nostri antenati. Come facevano, se lo facevano, a conservare quella manna caduta dal cielo per poter poi servirsene negli usi domestici? Intanto bisogna precisare che in passato nel Salento nevicava molto più di frequente di quanto avvenga adesso. E, sempre nel passato, esistevano anche da noi le neviere, appunto per la conservazione del ghiaccio.

Il dato che prima nevicasse di più è attestato da testimonianze che dimostrano come ciò avvenisse con maggiore frequenza. Ci sono diversi graffiti sul territorio giunti sino a noi che raccontano difatti una storia poco conosciuta: durante il periodo rinascimentale il Salento fu innevato più volte, e si sviluppò persino il commercio del ghiaccio. E torniamo alla curiosità risvegliata in me. Come si sono comportati i nostri antenati per affrontare e risolvere questo problema? Ed ecco la naturale risposta. Usando, evidente, le esperienze di altri e sfruttando il proprio ingegno anche i nostri avi seppero creare le neviere, ossia i luoghi atti a conservare la neve creando il ghiaccio da commercializzare per la conservazione degli alimenti ma non solo. Come sappiamo, ma la sapevano già secoli addietro,  il ghiaccio, in tempi più recenti utilizzato dai ricchi per conservare meglio alcuni cibi, era l’unico rimedio, in certi casi, per cure mediche di casi particolarmente difficili. Ecco un perché anche nel Salento, territorio dal clima mite, si sentì la necessità, all’epoca del Rinascimento, di avviare questo commercio e, in prevalenza fuori dalle mura cittadine, vennero a costruirsi le cosiddette neviere. Una delle più grandi neviere salentine si trova nel territorio di Lequile. Testimonianze delle copiose nevicate si possono trovare invece nei graffiti diffusi nei vari paesi, come Minervino e Morigino.

1 NEVIERA Carpignano Salentino Loc Casorzo Santuario Madonna della Grotta

Il crescente uso di ghiaccio, però, rese necessario l’approvvigionamento di neve da luoghi più innevati e per questo, come si evince da un libro del 1716 riportato da Alessandro Romano, è raccontato: “Porto San cataldo, al quale articolo dessi aggiungere, che la sua entrata dalla parte del castello è assai ingombra di scogli a fior d’ acqua, ma che le navi vi trovano sempre sicurezza contro i venti del primo e secondo quadrante. È pure da quel porto che gli abitanti dei vicini villaggi di Aramagna, e di Acquarica partono per andare in Albania e da colà trasportarvi la neve, della quale si fa grande consumo in questa remota parte d’Italia, colà in iscambio lasciandovi denaro o merce”. Il fantomatico paese di Aramagna (Aramano), rintracciabile nella mappa dell’Archivio Congedo, pare fosse difatti il centro salentino per il commercio del ghiaccio. Il prezzo della neve, che non poteva essere superiore a 3 ‘grana’ (unità monetale del Regno delle Due Sicilie) per 80 kg

Le neviere venivano edificate in varie forme e tipologie in rapporto alla zona geografica in cui venivano costruite. Nel centro sud si sviluppavano solitamente su due piani, erano formate da una cisterna scavata nella roccia ad una profondità di circa 5 – 6 metri; avevano pianta rettangolare o quadrata e dimensione sino a 10 metri di lato. Al di sopra della cisterna vi era un vano adibito a pagliaio e alla lavorazione del ghiaccio.

Le neviere erano costruite con particolari accorgimenti atti a conservare la neve ghiacciata anche durante il periodo estivo e a ritardarne il più possibile la liquefazione. Ad esempio. il loro ingresso era, generalmente rivolto a Nord, per ridurre l’azione solare. Le neviere, diffuse in tutta la Puglia, dal Gargano al Salento, erano particolarmente numerose nelle campagne di Altamura e Locorotondo (BA) e a Martina Franca e Manduria (TA). Esse hanno svolto la loro funzione sino ai primi anni del ‘900; l’ultima neviera a Manduria è stata in attività sino al 1905 e uno degli ultimi appalti fu quello concesso dall’amministrazione comunale di Locorotondo nel 1914.

2 neviera nel Salento

La neve, di solito, era dei tipi “ricettibile”, “mangiabile”, “da bicchiere”, ma sempre bianca e scevra da corpi estranei. La più pregiata era quella “da bicchiere”.

Il processo lavorativo: dopo un’abbondante precipitazione nevosa, gli operai si recavano alla neviera per provvedere alla conservazione della neve caduta.

Prima d’iniziare a riempire il vano ipogeo, si stendeva sul fondo uno strato di fasci di sarmenti per facilitare il distacco dello strato di ghiaccio dal fondo e anche per consentire il deflusso delle acque di fusione per infiltrazione attraverso le fratture della roccia calcarea. Grandi palle di neve venivano rotolate sui campi circostanti e spinte all’interno della neviera. Successivamente la neve veniva compressa con pale affinché si compattasse uniformemente ed assumesse, con l’ausilio delle basse temperature notturne le caratteristiche del ghiaccio. Si formavano strati di ghiaccio alti 20-30 cm, alternati con strati di paglia, di circa 10 cm, per separare i livelli della neve, favorendo così il successivo distacco dei blocchi di ghiaccio. Venivano così formati molti strati, fino all’altezza massima di circa 5 metri, e si ricopriva il tutto con uno spesso strato di paglia per assicurare un migliore isolamento termico; infine la neviera veniva chiusa e sigillata.

L’importanza attribuita in passato a neve e neviere è testimoniata, oggi, dalla presenza di numerose chiesette consacrate alla Madonna delle Neve; nell’area tarantina e nella penisola salentina, infatti, era molto diffusa l’usanza di invocare la protezione divina sulle neviere.

Le neviere nel Salento: la masseria Torcito (Cannole), posta su un cruciale snodo stradale del Salento, era fornita di neviera. Neviere sono tutt’ora rintracciabili a Castrignano Salentino, Lequile e Monteroni

3 VILLA NEVIERA A CELLINO SAN MARCO

A Cellino San Marco, ancora oggi, presso la Tenuta Monte Neviera, nella Contrada Veli, sorge maestosa Villa Neviera o Torre del Rifugio, così chiamata per aver ospitato Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III. La villa, chiamata comunemente dagli abitanti del luogo, castello, fu costruita nel 1888, deve il suo nome alla capacità di conservare anche nei periodi primaverili ed estivi, le scorte di neve all’interno delle sue cantine.

Un pensiero poi, alla fine, nasce spontaneo. Visto che di neviere non s ene parla più, forse sarebbe il caso che le Amministrazioni nel cui ambito ci sono ancora di questi monumenti di vita sociale si adoperino per il recupero delle neviere per tramandare alle prossime generazioni un tangibile ricordo della ingegnosità della civiltà contadina e quale prezioso esempio di archeologia industriale.

Ottavia Luciani

 

 

 

 

 

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