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IL SALENTO DALLA PREISTORIA ALLA MODERNITÀ

IL SALENTO DALLA PREISTORIA ALLA MODERNITÀ

IL NINFEO DELLE FATE NELLA MASSERIA PAPALEO

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Alla maggior parte dei leccesi nominare, come luogo degno di essere visitato, il ninfeo delle fate, è come parlare di un qualcosa di sconosciuto perché anche se, quasi ciclicamente, qualcuno si ricorda di esso, poi, ricade nel nulla per essere ancora ripescato e destare uguale stupore.

Questa volta, almeno così pare, siamo però davvero vicini ad una ripresa definitiva del posto, grazie ad importanti lavori di restauro effettuati, per cui il Ninfeo delle Fate potrebbe, anch’esso, essere consegnato al godimento dei leccesi e dei turisti che visiteranno la città.

Intanto vediamo dove si trova: il Ninfeo delle Fate si trova all’interno della Masseria Papaleo, sulla strada Lecce – San Cesario. Si pensa che la Masseria sia appartenuta a Scipione de Summa, che governò nella Terra d’Otranto dal 1532 al 1542 e più che una masseria si tratta di un vero e proprio palazzo nobiliare. Da una scalinata che conduce all’esterno, sul lato sinistro del complesso, ove molto probabilmente sorgeva un giardino, in alto sulla lunetta vi è un affresco rappresentante l’Annunciazione, e in basso (forse) si legge 1518 [?]. L’affresco è rovinato ma grazie all’altezza non a subito danni ancora maggiori.

Quel giardino era inserito in un contesto più ampio ben noto ai leccesi con le Cave di Marco Vito. Un luogo di 330.000 metri quadri di un paesaggio surreale ottenuto dalle certosine braccia dei cavatufi che hanno scavato giorno dopo giorno la roccia tufacea per ottenere quella “petra leccese” tanto usata per costruire case e monumenti.

Una cava oggetto oggi di un’attenta fase di recupero e riqualificazione tra i quali spicca il progetto di ribaltamento della stazione ferroviaria.

Ad inizio del secolo scorso, 1925, Francesco Tummariello ebbe cura di scrivere ciò che aveva visitato cercando di richiamare l’attenzione della popolazione locale per salvare la struttura risalente al XVI secolo; già a quella data, siamo ormai nel XX secolo, gli effetti nefasti dell’incuria degli uomini e del tempo trascorso erano gravi e lo stato generale di conservazione del Ninfeo risultava essere già precario.

Era ancora possibile, tuttavia, scorgere alcuni dettagli oramai scomparsi. Come ad esempio una parte dell’iscrizione sorretta da due putti in pietra leccese, oggi quasi completamente consunta, sull’architrave dell’ingresso alle sale del ninfeo che recitava “NIMPHIS ET…. POMO….” in carattere lapidario romano

Sul messaggio capeggiava uno stemma, di cui oggi rimangono solo labile tracce: poco al di sopra, sono intagliati due piccoli scudi colle insegne attaccati alla cornice; in uno dei quali si scorgono due torri e un leone rampante; probabilmente si tratta dello stemma di Scipione de Summa.

Il nome “Ninfeo delle fate” è dovuto alle mitiche leggende del mondo greco-romano. Posti come questo, sorti in prossimità di sorgenti d’acqua di varia natura, erano luoghi ritenuti sacri per le ninfe che qui si veneravano mentre si poteva godere di momenti di ozio.  Si dice che il luogo dove sorge il Ninfeo delle Fate era in origine segnato da stagni, poi prosciugati nell’operazione di bonifica delle “tagghiate”.

Tutto dei locali del Ninfeo dà al visitatore la sensazione, ancora attuale, che le fate ci sono per davvero e se ne stanno li, in attesa. le fate sembrano voler uscire dalle pareti intonacate d’azzurro nelle quali sembrano essere state imprigionate per rendere partecipi della loro bellezza chi abbia avuto la possibilità di venirle a trovare.

Un luogo così particolare non poteva essere esente dalla fantasia popolare che qui ha ambientato diverse leggende. Le fate, qui pietrificate, solevano radunarsi per curare il loro tesoro, un’acchiatura, che nascosero accuratamente per rilevarne la posizione solo ad un contadino loro amico. Oppure ancora la leggenda di una ragazza con un intenso desiderio di maternità che la condusse quasi alla follia. Qui veniva per cullare il ramo di un albero proprio come se fosse un bambino. Le fate ebbero pietà di lei tanto da trasformare quel ramo in un bambino in carne ed ossa per donarglielo.

Un luogo tanto bello quanto segnato dal tempo che finalmente restaurato negli ambienti orribilmente sfigurati da crepe e dal rischio di crollo della struttura, sara presto restituiti alla Città e, soprattutto, ai leccesi.

Ottavia Luciani

 

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