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Un carcere sempre più chiuso

Un carcere sempre più chiuso

Come rappresentanti dell’associazione Antigone, che da anni si batte per la tutela dei diritti delle persone detenute e per un carcere più umano e aperto alla società, non possiamo non esprimerci di fronte all’ennesima circolare emanata dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria il 21 ottobre 2025: nell’affrontare il tema degli eventi di carattere educativo, culturale e ricreativo che si intendono realizzare presso gli istituti penitenziari (dunque  iniziative tendenti alla rieducazione del detenuto come da art.17 legge 26 luglio 1975 n.354 e art.68 d.p.r. 30 06 2000 n.230) lungi dal richiamare la finalità di reinserimento sociale e di rieducazione del trattamento penitenziario, la stessa ne disciplina  in modo sempre più stringente l’organizzazione.

Non solo viene avocata alla Direzione Generale la competenza autorizzatoria   quando  gli eventi di carattere trattamentale debbano essere organizzati negli Istituti penitenziari con circuiti di Alta Sicurezza, Collaboratori di Giustizia e 41-bis  (anche se destinatari degli stessi siano i soli detenuti del circuito Media Sicurezza), ma si prevede anche che questi eventi, progetti ed iniziative debbano essere organizzate e gestite dalle Direzioni degli Istituti Penitenziari evitando che la programmazione e le scelte organizzative siano lasciate  a terzi.   Dietro il linguaggio tecnico si nasconde un passo indietro grave, l’ennesimo colpo inferto a un sistema penitenziario già malato, che rischia di diventare sempre più sordo e chiuso in se stesso.

Ricordiamo che già con la circolare n. 32 sulla media sicurezza, il DAP aveva di fatto ridotto lo spazio di progettazione e di autonomia degli operatori, imponendo controlli e classificazioni che rendono sempre più difficile costruire percorsi di responsabilizzazione autentica. Con la scusa della sicurezza e del controllo, si introduce un nuovo strato di burocrazia che renderà ancora più difficile, se non impossibile, l’ingresso in carcere di associazioni, volontari, operatori culturali, insegnanti, artisti.

Ogni laboratorio, ogni iniziativa educativa o ricreativa dovrà ora essere approvata dall’alto, con autorizzazioni centralizzate, elenchi nominativi, pareri e protocolli che scoraggiano la partecipazione  e soffocano l’iniziativa di chi prova a portare dentro il carcere un po’ di vita, di parola, di relazione.

A ciò si aggiunge la recente scelta di riaprire sezioni minorili all’interno di istituti per adulti, un arretramento culturale che colpisce al cuore la giustizia minorile italiana- un tempo considerata un modello in Europa – e che ne annichilisce i principi fondativi.

Chi frequenta gli istituti penitenziari sa bene che la sicurezza non si costruisce chiudendo ma aprendo, che l’incontro con la società civile contribuisce in maniera concreta a rendere il carcere un luogo di cambiamento, non di mera sopravvivenza. Eppure , questa nuova disposizione sembra dire l’opposto: che il carcere deve restare un mondo a parte, impermeabile, lontano da occhi esterni e da ogni forma di partecipazione.

Riteniamo che il rischio sia enorme.

Un carcere isolato è un carcere che smette di rieducare e diventa solo una luogo che custodisce – purtroppo male – i corpi.

Un carcere senza cultura, senza stimoli, è un carcere che rinuncia alla sua funzione più alta: restituire alla società persone capaci di ricominciare .

Come Associazione Antigone, continueremo a entrare, a osservare, a raccontare, a costruire legami. Ma non possiamo non denunciare un orientamento che tradisce lo spirito stesso dell’articolo 27 della Costituzione e l’idea di giustizia che dovrebbe guidare ogni società democratica.

Perché la sicurezza non nasce dal controllo ossessivo né dal sospetto, ma dalla responsabilità condivisa, dalla fiducia e dal dialogo. E un carcere chiuso alla società civile è un carcere che ha già perso la sua sfida più importante: quella con l’umanità.

Per Antigone PUGLIA

Antonio De Donno

luciani.2006@libero.it

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