“Il diario del Ben Essere” a cura di Giovanna Maletesta
L’arte di restare umani: come riaprire il cuore in un mondo che ci vuole rigidi
Esiste un momento preciso, spesso impercettibile, in cui smettiamo di guardare chi ci sta di fronte e iniziamo semplicemente a subirlo o a giudicarlo. Non succede perché siamo diventati improvvisamente cinici o privi di cuore, ma perché ci siamo stancati. La disconnessione dalla nostra naturale inclinazione all’empatia è quasi sempre un processo lento, una sommatoria silenziosa di armature che indossiamo per proteggerci. Quando la vulnerabilità comincia a far paura o il carico di tensioni diventa insostenibile, il nostro sistema nervoso sceglie la via della sopravvivenza: chiude le porte. In quella modalità di allerta costante, l’altro smette di essere un simile da comprendere e diventa una potenziale minaccia, un rivale nella corsa quotidiana o, nel migliore dei casi, un ostacolo sulla nostra tabella di marcia.
A questo meccanismo di difesa si intreccia l’effetto anestetizzante della vita contemporanea. Immersi in un flusso ininterrotto di sollecitazioni, scadenze e notizie drammatiche fruite a ritmo continuo, andiamo incontro a una vera e propria saturazione emotiva. La mente, per evitare il collasso, alza dei muri e trasforma la sofferenza altrui in un rumore di fondo. Iniziamo così a categorizzare le persone, a ridurle a etichette comode o a ruoli funzionali, perdendo di vista la loro profonda complessità. Quando a tutto ciò si aggiunge l’ipercriticità verso noi stessi — perché la severità che riserviamo agli altri è sempre il riflesso di come trattiamo la nostra fragilità —, lo spazio per la presenza spontanea e per l’ascolto si azzera.
Coltivare la compassione non è un atto di debolezza, ma un allenamento quotidiano alla presenza che richiede spazio mentale e il coraggio di sostare nel disagio senza giudicare subito. Per iniziare a smantellare queste difese, possiamo chiederci: in quale momento della giornata avverto la spinta a chiudermi o a giudicare affrettatamente chi ho davanti? Quale paura o stanchezza sto davvero cercando di proteggere in quel preciso istante?
Un esercizio semplice ma profondo consiste nel fare una pausa consapevole ogni volta che ci accorgiamo di formulare un giudizio rapido su qualcuno, sia nel traffico, in ufficio o in famiglia. In quel momento, facciamo un respiro profondo e ripetiamo mentalmente una frase essenziale: Proprio come me, anche questa persona sta cercando di gestire le proprie difficoltà e la propria fragilità. Questa piccola inversione di rotta interrompe l’automatismo difensivo e ci riallaccia immediatamente a quel filo invisibile di interconnessione che ci unisce tutti.
Come vivete questo spazio di ascolto nella vostra quotidianità? Siete riusciti a individuare le vostre corazze personali? Raccontatemi le vostre riflessioni o la vostra esperienza scrivendo a benessere365gm@gmail.com.
Giovanna, la vostra compagna di viaggio
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